CGIL,CISL e UIL e l’aumento dei contributi per i domestici

cgil cisl uilLe proposte che CGIL,CISL e UIL hanno presentato al Governo per la riforma previdenziale comprendono anche che i contributi per il lavoro domestico vengano unificati al valore massimo.

 

La situazione attuale prevede che il valore dei contributi sia di € 1,40 per ogni ora lavorata dal domestico inferiore alle 25 ore settimanali e di € 1,00 se supera la soglia di 25 ore.

 

I sindacati chiedono che il valore sia unificato a € 1,40 senza più distinzione.

 

Prima di capire quali vantaggi può avere una domestica, esaminiamo l’impatto che avrebbero sulle famiglie.

 

  • Il 74,28 dei domestici supera la soglia delle 25 ore settimanali
  • L’83,6%  sono le ore lavorate  settimanalmente oltre le 24
  • Il 65% dei datori di lavoro supera i 60 anni di età
  • Il maggior gettito previdenziale nel caso dell’aumento proposto sarebbe di € 404 milioni annui

 

Prendendo a riferimento una badante convivente che lavora un massimo di 53 ore settimanali, l’importo contributivo di quella settimana oggi è pari a € 53, con la proposta sindacale si pagherebbe € 74,20.

 

Il costo annuo passerebbe quindi da € 2.544 a € 3.561.

 

Sarebbero quindi i pensionati ad avere il maggior onere, quelli che dovrebbero essere rappresentati dai sindacati in questo confronto.

 

Ma andiamo a vedere i benefici che ne avrebbero le domestiche.

 

Il sistema pensionistico è ormai calcolato sui contributi che un lavoratore paga durante la vita lavorativa con un minimo di 20 anni di contribuzione. La pensione si maturerebbe a 69 anni di età o con 42 anni di lavoro e il valore dell’assegno viene calcolato sulla base di coefficienti. Con le regole attuali, e anche con il “miglioramento” contributivo proposto è comunque improbabile per i lavoratori domestici (anche italiani) raggiungere la condizione del diritto alla pensione.

 

L’85% dei domestici è straniero e pochi beneficiano della ricongiunzione pensionistica prevista da accordi bilaterali tra gli Stati. Oltretutto molti di questi lavoratori permangono in Italia per un breve periodo che sicuramente non raggiunge i 42 anni o i 20 minimi per maturare una pensione.

 

Si può quindi facilmente supporre che l’aumento dei contributi non porti alcun vantaggio per costoro e aggraverebbe solo il costo per i datori di lavoro, per lo più non più autosufficienti.

 

Ci saremmo aspettati che il sindacato motivasse l’aumento per garantire ai domestici la copertura assicurativa in caso di malattia ( oggi scandalosamente esclusi), ma non è previsto. In questo caso sarebbero sufficienti 3 o 4 centesimi/ora per garantirlo in caso di ricovero ospedaliero, non 0,40.

 

Visto l’elevato tasso di lavoro nero del settore, l’aumento del 40% dei contributi incrementerebbe solo il fenomeno con un complessivo calo delle entrate contributive e fiscali.

 

Auguriamoci che ci sia un ripensamento del sindacato riragionando su tutta la materia e magari chiedendo che il costo sostenuto per l’assistenza extra sanitaria alla persona non autosufficiente possa essere portata totalmente a detrazione fiscale. Questo sicuramente aumenterebbe il gettito fiscale e previdenziale per lo Stato, aiuterebbe i pensionati e farebbe emergere il lavoro nero.

 

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