Intervista a Bruno Perin sugli Operatori d’aiuto

brunoA distanza di 18 mesi dal primo accordo sindacale che regolamentava gli Operatori d’Aiuto, abbiamo chiesto a Bruno Perin, vice presidente di Professione in Famiglia, che ha seguito passo dopo  passo la sua evoluzione, alcune valutazioni  sul nuovo settore.

 

 

Domanda: Perin, è una forzatura definire “settore” quello creato con l’accordo sindacale da voi sottoscritto?

Risposta: Lo chiamerei più correttamente un “sotto settore” del più ampio comparto dei servizi dedicati all’assistenza. Diciamo che, con l’accordo sindacale, abbiamo normato un segmento di lavoro totalmente inedito e fornito alle imprese una forma corretta di impiego, precedentemente foriero di irregolarità come la forma impropria dei cocopro, delle prestazioni occasionali e delle partite iva. Questo ha sicuramente generato un effetto positivo per specifici servizi di assistenza extra sanitaria, fino a ieri delegato impropriamente al lavoro domestico.

 

Domanda: Perché usa il termine “ impropriamente” per definire il servizio di assistenza di una badante?

Risposta: Perché il lavoro domestico è nato per la  cura della casa e si è rapidamente trasformato in cura della persona. Un salto di qualità notevole per il settore che non è stato accompagnato con una formazione professionale adeguata.

L’assistente famigliare, comunemente chiamata badante, per sua natura professionale non sarà mai in grado di garantire un servizio qualificato a persone non autosufficienti.

Mi spiego meglio. La badante non si limita a pulire casa e preparare il cibo, da lei ci si aspetta anche un grado di assistenza più particolare e specifico come la compagnia e soprattutto saper interagire con l’assistito.

Quest’ultimo aspetto non si impara facilmente, deve essere il frutto di una formazione specifica che la badante, nella sua solitudine, non riesce ad avere. Preciso per correttezza che vi sono badanti che, per sensibilità ed esperienza, hanno acquisito queste capacità ma sicuramente una impresa che fornisce questo servizio sarà più interessata a selezionare e mantenere aggiornati professionalmente i propri collaboratori all’interno di una formazione pianificata.

 

 

Domanda: Non è strano che una associazione di famiglie sottoscriva un accordo in rappresentanza delle  imprese?

Risposta: Apparentemente si. Siamo partiti esaminando il fabbisogno di assistenza delle famiglie e abbiamo riscontrato il limite professionale del settore domestico. Abbiamo sollecitato le parti sociali dei sindacati e della cooperazione sociale nell’addivenire ad un accordo sindacale che regolamentasse i servizi extra sanitari esclusi dalle normative contrattuali.

Preso atto della scarsa sensibilità in merito, ci è stato richiesto dalle imprese del settore di essere noi un soggetto di rappresentanza e ricercare un accordo sindacale. L’accordo di aprile 2016 e il successivo di novembre dello stesso anno con la UIL FPL,  ha messo le parti sociali di fronte ad un fatto compiuto e fornito alle imprese del settore una forma contrattuale legittima.

Intendo precisare che l’accordo coinvolge non solo le imprese e i collaboratori ma anche le famiglie fruitrici del servizio di assistenza.

È sicuramente una anomalia contrattuale ma, secondo noi, un fatto significativo che si tenga in considerazione anche i consumatori finali nella stipula dei contratti. Ovviamente, la famiglia non è soggetto contraente del contratto ma ha giocato un ruolo di indirizzo importante sui fabbisogni dell’assistenza.

 

Domanda: Quale riscontro avete trovato tra le imprese del settore?

Risposta: Dapprima una comprensibile diffidenza derivata dai soggetti firmatari ancora sconosciuti, quando però si approfondiva il merito dell’accordo e la sua legittimità giuridica, l’interesse cresceva significativamente, soprattutto dopo la sottoscrizione da parte della UIL FPL che ha dato più credibilità all’accordo.

A distanza di 10 mesi, le aziende che hanno aderito a PF e applicato l’accordo sono 73, hanno contrattualizzato circa 1.500 operatori d’aiuto e fornito circa 5.000 servizi alle famiglie. Sono dati incoraggianti che sicuramente si incrementeranno nel tempo.

 

Domanda: E tra le famiglie?

Risposta: Sicuramente interesse. Poter contare su un servizio qualificato, con personale selezionato e adattabile alla naturale flessibilità degli orari e delle prestazioni di assistenza garantisce più tranquillità ai famigliari. Oltre a ciò, la famiglia è esonerata da qualsivoglia procedura amministrativa prevista per l’assunzione di una badante e l’azienda fornitrice del servizio è tenuta a garantire la continuità del medesimo. Pensate solo al problema di trovare la sostituzione della badante nel periodo di ferie.

 

Domanda: Oltre alla peculiarità del ruolo negoziale delle famiglie, quali sono gli aspetti innovativi dell’accordo?

Risposta: Precisiamo innanzitutto che l’accordo sindacale non è un classico ccnl. L’azienda continuerà ad applicare il contratto collettivo di settore per i propri dipendenti subordinati, mentre potrà adottare il nostro per gli operatori d’aiuto, assunti con contratti di collaborazione coordinata e continuativa.

Rispetto ad un normale ccnl, l’accordo si distingue per l’orizzontalità delle mansioni svolte.

L’operatore d’aiuto viene remunerato sulla base della qualità del servizio svolto ( semplice compagnia, assistenza a persona autosufficiente, non autosufficiente o gravemente inabile ). Questo facilita la gestione amministrativa per l’impresa, garantisce la continuità del servizio senza dover cambiare l’operatore e permette di modificare in corso d’opera la qualità del servizio.

Altra peculiarità è l’adeguamento progressivo della norma contrattuale. Una Commissione paritetica esamina i quesiti posti dalle aziende o dagli operatori e delibera le risposte interpretando gli articoli dell’accordo. Ciò riduce radicalmente i possibili contenziosi tra committente e collaboratore e adegua la norma alle situazioni non previste nella stesura iniziale senza dover attenere la scadenza del triennio. Inoltre, è allo studio delle parti sociali la costituzione di un ente bilaterale che fornisca prestazioni anche alle famiglie utilizzatrici del servizio.

 

 

Domanda: Ci può precisare meglio l’aspetto dell’ente bilaterale?

Risposta: Le parti sociali hanno recentemente definito la costituzione dell’Ente Bilaterale Assistenza Famigliare ( EBAF). Da ottobre le aziende e i loro collaboratori verseranno € 2,5 mensili all’ente. L’ente dovrà definire le prestazioni a favore degli iscritti.

Un tema condiviso da tutte la parti sociali è la formazione professionale.

Purtroppo i cococo sono esclusi dai fondi di formazione professionale ma hanno la necessità di specializzarsi nell’assistenza a persone portatrici di particolari patologie psico-sanitarie per le quali forniscono il servizio. L’EBAF dovrà garantire moduli formativi e  rimborsi alle imprese e operatori che decideranno di attivare percorsi di formazione specifici.

Una maggiore specializzazione dell’operatore è utile alle famiglie che chiedono il servizio, per le imprese che potranno offrire prestazioni specializzate e per l’operatore che migliorerà il proprio profilo professionale.

 

Domanda: Perché è stata scelta la forma di collaborazione e non quella della subordinazione?

Risposta: La prestazione svolta dall’operatore d’aiuto comporta un grado di autonomia che poco si adatta alla forma subordinata perché dovrebbe svolgere il lavoro su precise direttive impartite dall’azienda. L’assistenza deve essere continuamente adattata alle esigenze dell’assistito e ciò comporta un certo grado di libertà professionale che si riscontra solo nella forma di collaborazione.

 

Domanda: Quali considerazioni trae da questi primi 18 mesi dell’accordo sindacale?

Risposta: Sicuramente quello di aver scoperto un settore in forte sviluppo ma ancora non sufficientemente compreso dalla politica ne tantomeno dalle parti sociali.

Secondariamente vi sono, oltre all’operatore d’aiuto, altri servizi paralleli altrettanto importanti e sottostimati come quelli dell’assistenza all’infanzia tramite le Tagesmutter e il fenomeno delle Case Famiglia o Albergo che dir si voglia per l’assistenza a persone anziane autosufficienti.

Abbiamo stimato che vi sono circa 600 imprese che forniscono il servizio di assistenza alla persona direttamente alle famiglie, che il 9% dei genitori occupati fanno fatica a trovare una soluzione di assistenza dei propri figli in età prescolastica e che il numero di Case Famiglia per anziani autosufficienti in Italia si aggira intorno a 2.000 realtà in assenza di regolamentazione regionale di riferimento.

 

Stante le richieste di approfondimento che riceviamo, sono convinto che nei prossimi mesi vi sarà una ulteriore crescita di imprese che adotteranno il nostro accordo sindacale. Stiamo incontrando molti amministratori locali che si dimostrano interessati al servizio dell’operatore d’aiuto, così come associazioni di rappresentanza che intendono fornire in convenzione il servizio ai propri iscritti o portali specializzati nei servizi di welfare aziendale.

Ci aspetta quindi un impegno sempre più intenso ma siamo soddisfatti dei risultati finora raggiunti.